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Anno 6 - N 14 21 07 2010
Legambiente delusa dalla nuova direttiva sulle emissioni industriali

L’Ue ha approvato la nuova direttiva sulle emissioni industriali. Il provvedimento razionalizza diverse legislazioni, fra le quali la Direttiva sugli impianti di combustione e quella sulla Prevenzione e riduzione integrate dell'inquinamento (Ippc).
E’ stato raggiunto un compromesso sui requisiti ambientali necessari per ridurre le emissioni di CO2 e in particolare è stato approvato un giro di vite sui limiti per l'inquinamento atmosferico che entreranno in vigore dal 2016.
Maggiore flessibilità, invece, è prevista sulle limitazioni per le centrali elettriche, con la possibilità di sospensione delle regole per un circoscritto numero d'impianti, in base a determinate condizioni.
Si prevede, infatti, la possibilità per gli Stati membri di concedere agli operatori di grandi impianti di combustione deroghe sull’applicazione delle Bat (Best avalable techniques) fino al 30 giugno 2020 attraverso la redazione di Piani nazionali da inviare entro la fine del 2013 alla Commissione per la loro verifica ed eventuale approvazione.
Secondo Stefano Ciafani, responsabile scientifico di Legambiente, “la nuova direttiva colma solo in parte le gravi lacune della legislazione vigente sulle emissioni degli impianti industriali. Ancora una volta sono consentite deroghe all’adeguamento alle migliori tecniche disponibili per gli impianti più vecchi e inquinanti”. Il testo cerca di colmare le gravi lacune presenti nell’attuale legislazione comunitaria sulle emissioni degli impianti industriali, rilevate dalla Commissione europea nell’applicazione delle migliori tecniche disponibili a causa della mancanza di disposizioni chiare in materia. In Italia, saranno oggetto della nuova normativa grandi impianti industriali e centrali a carbone già in notevole ritardo rispetto ai limiti meno rigorosi previsti dalla normativa vigente, che potranno così rimandare ulteriormente il loro adeguamento. Nel 2008, tra i peggiori impianti industriali per inquinamento atmosferico (secondo i dati riportati nell’E-Prtr - European Pollutant Release and Transfer Register - e non ancora validati dall’Ispra, a causa della situazione di stallo in cui versa l’Istituto) svettava l’Ilva di Taranto, con le sue 248.000 tonnellate di monossido di carbonio, 12.500 tonnellate di ossidi di azoto (NOx), 12.700 tonnellate di ossidi di zolfo (SOx), 11,2 tonnellate di piombo, 105 kg di mercurio e i 97 grammi di diossine e furani.
Non sono da meno per quanto riguarda l’inquinamento le centrali a carbone. Su 287 impianti italiani che nel 2007 hanno dichiarato le emissioni di NOx, la centrale termoelettrica Federico II di Brindisi Sud si colloca al terzo posto con 9.090 tonnellate e al quarto posto sui 101 impianti dichiaranti le emissioni di SOx. Se poi si considerano soltanto le emissioni delle 12 centrali a carbone, la Federico II svetta al primo posto sia per il maggior rilascio di NOx sia di SOx, seguita al secondo posto dalla centrale di Monfalcone (Go) per le emissioni di ossidi di azoto (4.470 t) e di zolfo (9.490 t).
“Nonostante la nuova direttiva limiti in parte le possibilità di deroga - ha concluso Ciafani -, gli impianti industriali e le centrali a carbone che finora hanno potuto inquinare senza adeguarsi alle Bat potranno continuare a farlo per almeno un altro decennio, mentre i cittadini italiani dovranno continuare a pagare i costi ambientali e sanitari provocati dall’attività inquinante di questi impianti. Nella nuova direttiva, inoltre, i criteri di applicazione delle Bat continuano a mantenere la forma di ‘linee guida’ e non di criteri legalmente vincolanti, lasciando spazio a possibili abusi da parte degli Stati membri e rendendo più difficile la funzione di controllo della Commissione”.